Memorie del Sarcidano

 

INDICE

 

1.       Gergei fra storia e leggenda. 7

A).          Profilo storico. 8

B).          Popolazione ed economia. 10

C).          Tradizioni popolari 11

D).          Le chiese a Gergei 13

E).          Figure che hanno dato lustro al Paese  14

 

Gergei

 

1.       Gergei fra storia e leggenda

 

La storia più antica del nostro paese, Gergei, è fatta di leggende e di tradizioni orali, tramandate di generazione in generazione e giunte fino a noi, per essere custodite gelosamente a futura memoria.

 Certo, queste leggende sono ricche di fascino e di mistero, ma nonostante contengano elementi inverosimili, ben può dirsi che esse richiamano fatti che, purtroppo, per secoli hanno caratterizzato la storia isolana, e un po’ la nascita di molti altri paesi. Così le pestilenze, i lunghi periodi di siccità e le conseguenti carestie, l’abbandono d’alcuni centri abitati per andare a popolarne degli altri nuovi, sono sempre eventi che compaiono nelle storie leggendarie dei paesi.

 Una grave siccità avrebbe provocato una terribile carestia che interessò tutti i nuclei urbani stanziati nel territorio gergeese. Seguì una mortale pestilenza, che secondo la tradizione orale avrebbe spinto i superstiti all’abbandono di quei luoghi per andare alla ricerca di nuove fonti d’acqua, alimento indispensabile di vita.

 Quei pochi uomini, al limite della sopportazione, dopo tutta una serie d’imprese fallite, con i pochi animali al loro seguito, sostarono nel punto in cui un branco di maiali, alla ricerca di cibo, cominciò a sguazzare, appena vista una pozza d’acqua. Individuata la falda acquifera, quegli uomini decisero di fermarsi, e in onore dei maiali chiamarono quel sito Funtan’e procus (Fontana dei maiali), perché un grande pozzo vi fu costruito. Da quel momento cominciò una nuova vita. L’insediamento stabile davanti ad un pozzo d’acqua determinò, come vuole la leggenda, la nascita di Gergei.

 Ancora oggi il sito conserva quell’antico toponimo, utilizzato anche e soprattutto per individuare l’omonimo bixinau (vicinato), che per essere il primo nucleo urbano del paese, conserva ancora oggi caratteristiche insediative tipiche, elementari e spontanee, e per questo tutta l’area circostante è stata inclusa, a pieno titolo, nel Centro storico comunale.

 La presenza, nei pressi, della chiesa parrocchiale di San Vito il cui primo impianto si fa risalire a 700 anni fà, circa, può rappresentare un’ulteriore conferma di quelle antiche forme di popolamento.

 Ma la tradizione orale vuole che la prima chiesa parrocchiale di Gergei sia stata quella di Santa Maria (Assunta), ubicata nell’omonimo vicinato storico, non molto distante dalla chiesa di San Vito. Anche la costruzione della chiesa di Santa Maria è contornata da un’affascinante leggenda, secondo la quale un giogo di buoi che trasportava il simulacro della Santa, e diretto non si sa dove, ormai esausto del lungo cammino intrapreso molto tempo prima, si sarebbe fermato proprio nel punto in cui dove oggi sorge la chiesa omonima.

 Nei pressi c’era un paludoso pantano e per questo il giogo di buoi, che si era impantanato, non riuscì a riprendere il suo cammino. Fu così che i Gergeesi, in ringraziamento del fatto che il cocchio della Santa si fosse fermato in loco, le dedicarono una chiesa e da allora le tributarono una speciale venerazione. Così è rimasto nei secoli e ancora oggi.

A).    Profilo storico

 

Ricostruire la storia più antica, anche con riferimenti alla preistoria, e poi la storia medievale del paese di Gergei non è certo un compito facile. Il territorio, fertile e pianeggiante, con la presenza di modeste colline, fu certamente interessato all’insediamento umano fin dai primordi della preistoria, come del resto è attestato dalla presenza di alcune domus de janas, di epoca prenuragica, e di circa una trentina di nuraghi (di epoca nuragica, compresa fra il 2000 a. C., circa, e il 238 a. C.), disseminati nelle campagne, molti dei quali ormai distrutti o ricoperti dagli stessi crolli oltreché dalla folta vegetazione.

 Non è dato sapere, anche perché il territorio non è mai stato oggetto di studi e ricerche archeologiche, sistematiche e degne di rilievo, se la presenza fenicia e cartaginese (VI- III a. C) possa aver lasciato evidenti impronte nel territorio.

 In via generale, per mancanza di fonti, non potendo ricostruire la storia del paese attraverso il racconto dei fatti e avvenimenti interni, è solo attraverso lo studio della Storia della Sardegna che si viene a conoscenza di quella che è stata la sorte del paese, nei primi secoli dell’anno mille.

 In epoca giudicale (IX-XII secolo), quando la Sardegna era divisa in 4 Giudicati o Regni (Cagliari, Arborea, Gallura e Torres) e relative Curatorie, a struttura amministrativa autonoma, Gergei appartenne al Giudicato di Cagliari e alla Curatoria di Siurgus e ne fece parte fino al 1258, anno in cui, con la fine istituzionale del Giudicato, l’antica Curatoria di Siugus fu conglobata nel Terzo Centrale del cagliaritano che fu affidato a Guglielmo il Capraia, sovrano del Giudicato di Arborea. Nel 1295, Mariano IV de Bas Serra, successore di G. Capraia, si alleò col Comune di Pisa al quale lasciò in testamento l’anzidetto possedimento per cui anche Gergei passò al dominio dei Pisani.

 Da un documento conservato nell’Archivio di Stato di Pisa risulta che Gergei doveva versare annualmente al fisco del Comune di Pisa tutta una serie d’imposte e tributi diversi, quali vino, grano, cavalli, ecc. Pisa possedette Il Terzo Centrale, compreso Gergei, fino a quando nel 1324 avvenne la conquista di fatto e di diritto del Regno di Sardegna, istituito solo nominalmente nel 1298 da Papa Bonifacio VIII. Il Pontefice, così come vuole la Storia della Sardegna, per risolvere diplomaticamente la Guerra del Vespro, infeudò a favore di Giacomo II d’Aragona, il Regno di Sardegna e Corsica, ma quest’ultima non fu mai conquistata.

 Con la conquista del Regno di Sardegna (1324) da parte della Corona d’Aragona, che però non interessò tutto il territorio isolano (nella fase iniziale solo i territori pisani e di Gallura, insieme alla città di Sassari. F. Cesare Casula, La Storia di Sardegna), anche Gergei visse un nuovo corso storico, il feudalesimo, regime di monopolio esclusivo dei detentori del potere, che negativamente avrebbe influenzato l’evolversi del sistema sociale, culturale, economico e politico del Regno stesso.

 Il feudalesimo comportò per Gergei, come del resto per tutti i centri isolani, un’anacronistica immobilità socio-culturale della popolazione ed economica del capitale e dello sviluppo. Questo perché il regime feudale, per la sua stessa struttura politica e istituzionale, non consentiva di investire nuove ricchezze.

 D’altra parte, i feudatari aragonesi e spagnoli, detentori del potere, maggiormente interessati a riscuotere fiscalmente tributi sempre più gravosi e oppressivi, non si erano mai interessati di promuovere lo sviluppo economico dell’Isola.

 Nel 1355, quando Re Pietro d’Aragona, convocò a Cagliari il primo Parlamento sardo, è probabile che anche Gergei abbia inviato i suoi rappresentanti. Il toponimo Ergesenquio, che compare in una lunga serie di paesi che parteciparono, con i propri rappresentanti alle sedute del Parlamento, secondo qualche storico, apparterrebbe all’odierno paesi di Gergei.

 A partire dal 1364 anche per i nostri villaggi e così per tutta l’Isola, inizia un periodo oscuro e complicato, a causa di quella guerra totale, che fino al 1410-20 interessò tutto il territorio isolano. Protagonisti di questa guerra sono il Giudicato di Arborea e il Regno d’Aragona sotto il cui dominio era il Regno di Sardegna. Fino al 1409 Gergei e le altre ville dell’antica Curatoria di Siurgus, passate con la vittoria al Giudicato d’Arborea, furono riorganizzate secondo il sistema istituzionale delle Curatorie.

 Nel 1409, con la battaglia di Sanluri che proclamò vincitore il Regno di Sardegna, fu ripristinato il feudalesimo aragonese. Inizialmente, la sottomissione feudale interessò solo le terre riconquistate del Regno, fino a coprire tutta l’Isola nel 1420, anno in cui l’Isola divenne completamente aragonese, avendo il Giudicato di Arborea, cessato la sua secolare esistenza.

 Nel 1479, in seguito al matrimonio fra Federico II d’Aragona e Isabella di Castiglia, nacque la Corona di Spagna e da quel momento tutto il territorio del Regno di Sardegna si spagnolizzò e cominciò a maturare una nuova matrice culturale, quella sardo iberica. Così per 400 anni, anche se quei lunghi 4 secoli la dominazione iberica nell’Isola crearono ben poco.

 Nel 1708, dopo la guerra di Successione spagnola, e fino al 1718 il Regno di Sardegna passò di fatto nelle mani degli Ispano-Austriaci. Nello stesso anno, col Trattato di Londra il Regno fu ceduto ai Savoia, Principi di Piemonte.

 Cambiavano i dominatori, ma per i Sardi cambiava ben poco. L’Isola da secoli era avvolta da un avverso destino, la sottomissione ai popoli stranieri di turno.

 Intanto, dal 1615 Gergei fece parte del Ducato di Mandas, uno dei più grandi feudi isolani. Per quei secoli, i documenti rinvenuti negli Archivi (Archivio di Stato di Cagliari, di Madrid e Barcellona) che ancora conservano la storia del Ducato, è testimoniato quello che era lo stato sociale ed economico del paese. Una Comunità divisa in rigide classi sociali, vassalli di prima, seconda e terza qualità, a seconda del censo, prevalentemente dedita ai lavori agricoli.

 In quei tempi, numerose furono le lamentele dei Gergeesi inoltrate ai Reggitori del Ducato, per l’eccessiva onerosità dei tributi per l’uso e il godimento della terra. Infatti, merita di essere segnalato il fatto che proprio a Gergei, per la particolare fertilità e rendita agricola dei terreni, la comunità corrispondeva al Duca di Mandas tributi elevatissimi, confrontati con quelli corrisposti dagli altri centri del Sarcidano.

 Dei quattro secoli di dominio spagnolo nell’Isola, a Gergei sono rimaste le tracce, fino ad una quarantina d’anni fà, circa. Cosi le mura dell’antico carcere feudale, situato all’ingresso dell’abitato, sulla strada per Isili. Nel 1793, carcere vi furono rinchiusi sei prigionieri di guerra, francesi, trasportati da Aritzo.

 L’antico carcere, noto per la sua orridezza, fu abbandonato nel 1850 e fino al 1875 figurava intestato, ad uno dei Tellez Giron, discendente degli ultimi Duchi di Mandas. Nel 1892, fu ceduto per debiti d’imposte ad un certo Pasquale Brai, che in parte lo demolì.

 Dal 1615, come già detto, Gergei entrò a far parte del Ducato di Mandas, fino al 1843 (l’Editto che prescriveva l’abolizione del regime feudale fu emanato dal re Carlo Alberto nel 1836), anno in cui dopo un lungo e complesso contraddittorio con gli ultimi Duchi Tellez- Giron tutti i paesi del Ducato, dopo aver versato una cospicua somma, furono riscattati dal secolare sistema feudale. Per il riscatto, Gergei versò Lire sarde 293, 14, mentre Isili versò Lire sarde 295, 43.

 Altri due grandi avvenimenti storici che comportarono mutamenti istituzionali per l’antico Regno di Sardegna, molto probabilmente interessarono anche il paese di Gergei: la Fusione dell’Isola (di fatto e di diritto) con gli Stati di Terraferma, nel 1847, e la trasformazione nel 1861 del Regno di Sardegna in Regno d’Italia, che segna, da quel momento l’ingresso dei Sardi nella Storia nazionale. Questa data è importante, soprattutto, per il verificarsi di un altro grande avvenimento storico: la nascita dello Stato italiano. Così affermano i più importanti costituzionalisti e per quanto riguarda la storiografia isolana lo sostiene uno dei più autorevoli storici dell’età contemporanea, Francesco Cesare Casula.

 Quando nel 1848 l’Isola fu ripartita in tre Divisioni, Sassari, Cagliari e Nuoro e ciascuna Divisione in Province, Gergei appartenne alla Provincia di Isili, fino al 1858. Mentre nel 1859, abolite le Divisioni ed essendone state istituite due, Cagliari e Sassari, Gergei fu incluso nella Provincia di Cagliari e nel Circondario di Lanusei, anche se nessun Comune del Sarcidano non trasse alcun giovamento dall’inclusione in detto Circondario, considerata la notevole distanza.

 Invece, come già detto, durante il regime fascista fu istituita la Provincia di Nuoro, precisamente nel 1927. Gergei ne ha fatto parte fino al 2003, anno in cui il paese è stato inserito nuovamente nella provincia di Cagliari.

 

B).     Popolazione ed economia

 

Oggi Gergei è abitata da circa 1400 abitanti. I censimenti decennali (l’ultimo, indetto dall’ISTAT, si è avuto nel 2001) registrano un notevole decremento demografico senza precedenti, dovuto prima d’ogni altra cosa agli effetti dell’emigrazione, che negli ultimi decenni ha assunto proporzioni enormi, a causa dell’aumento del numero dei disoccupati. Per quanto l’attività agricola, sulla quale si è sempre basata l’economia del paese, si sia notevolmente modernizzata non è più in grado di soddisfare le aspettative dei giovani. Molti giovani e famiglie intere, a partire dagli anni 60, a causa della mancanza di un lavoro sicuro, sono stati costretti ad emigrare verso le città industrializzate della Penisola e all’Estero.

 Altro fenomeno che ha contribuito a determinare il calo demografico è stato, e lo è ancora, il calo delle nascite. Dall’analisi dei dati demografici (censimenti decennali, indetti dall’ISTAT e quelli dei secoli scorsi, pubblicati da F. Corridore) possiamo così notare un’inversione di tendenza. Infatti, Gergei è sempre stato uno dei paesi più popolati dell’attuale Sarcidano. Per tutto il 1900 i censimenti decennali hanno registrato quest’andamento: 1824, 1922 abitanti. 1844, 1915 abitanti. 1901, 1760 abitanti. 1911, 1820 abitanti. 1921, 1856 abitanti. 1931, 1938 abitanti. 1951, 2292. 1961, 2208 abitanti.1971, 1975 abitanti. 1981, 1745 abitanti. , 1991, 1585 abitanti. 2001, 1417 abitanti.

 Quanto all’aspetto economico Gergei è sempre stato un fiorente centro agricolo. La fertilità dei terreni ha sempre garantito redditi sufficienti alle famiglie, tanto che, come diceva l’Angius-Casalis nel 1839, anche in anni di sterilità si raccoglie assai più della sufficienza e ottienesi un ragguardevole lucro. La coltivazione è esercitata con molta cura.

 Gergei anche in passato è stata sempre rinomata per il suo ottimo olio, per il pane e per i suoi dolci.

 Ancora oggi, le più importanti produzioni locali sono l’olio, il pane e dolci, beni che garantiscono discreti redditi agli imprenditori del settore. Dolci e pane hanno conquistato una discreta fetta di mercato. Si segnali, però, che attualmente la produzione granaria e degli altri cerali non è più destinata alla panificazione domestica, come una volta, quanto piuttosto all’allevamento.

 Sono circa 780 gli ettari di superficie aziendale destinati alla cerealicoltura e 3 ettari alle coltivazioni ortive.

 Quanto alla produzione dell’olio, questa vanta origini molto antiche, tanto che ancora si contano numerosi oliveti secolari, anche se oggi rispetto al passato si sono notevolmente evolute le tecniche di produzione e di macinazione delle olive.

 I dati ISTAT del V Censimento dell’Agricoltura, effettuato nel 2000, ci rivelano che a Gergei in quell’anno sono state censite n. 236 aziende produttrici, operanti in una superficie totale destinata ad oliveti, pari a 278,22 ettari. Durante la campagna olearia del 2006-07, essendo stata la campagna olearia piuttosto modesta, la macinazione effettuata da uno dei due oleifici del paese, ha prodotto solo 85 mila litri d’olio.

 Rinomato per le sue ottime qualità è l’olio prodotto dall’oleificio Argei, che dopo tutta una serie di selezioni e concorsi regionali e nazionali, vanta già sul mercato regionale, nazionale estero, una posizione di tutto rispetto.

 Tra le nuove attività è opportuno mettere in evidenza quella ricettiva ed alberghiera, ad opera dei Fratelli Dedoni, legata al possibile ed auspicabile sviluppo del turismo nelle zone interne della Sardegna, e in particolare del Sarcidano. Nel periodo primaverile ed estivo, infatti, a Gergei l’hotel ospita un discreto numero di turisti, attratti dalle bellezze archeologiche del Sarcidano e della Marmilla.

 In una prospettiva di sviluppo economico vanno viste pure le altre attività imprenditoriali, quelle legate alla produzione dei mangimi, della lavorazione del ferro e degli infissi d’alluminio, della pietra e del marmo, ed infine delle brichette, materiali per la combustione e per il riscaldamento domestico e dei forni professionali. Prodotto questo, ottenuto, dai residui della macinazione delle olive.

 Altre espressioni artigianali, come quella della cestineria, meriterebbero d’essere meglio valorizzate.

 

C).    Tradizioni popolari

 L’attività economica predominante del paese, quasi esclusivamente quella agricola, ha sempre condizionato gli usi, i costumi e le tradizioni degli abitanti, profondamente devoti a Santi, invocati come protettori delle attività agricole. Perciò, in questa prospettiva sono visti tutti quei festeggiamenti che ancora oggi, benché con qualche novità rispetto al passato, si fanno in onore di San Sebastiano, San Biagio, Santa Greca, San Salvatore e altri.

 San Sebastiano (si festeggia il 21 gennaio), anticamente invocato per scongiurare la peste, è uno speciale protettore degli agricoltori, che si invocano a questo Santo perché il loro faticoso lavoro sia ricompensato da un copioso raccolto. L’accensione del falò, la sera della vigilia, e la sfilata della processione con buoi aggiogati e cavalli ornati di frutti e fiori sono gli elementi più tradizionali e caratteristici di questa ricorrenza.

 Una tradizione festiva veramente caratteristica è quella di San Biagio (3 febbraio), Santo ausiliatore, protettore della gola e della voce. La festa ha inizio la sera della vigilia con l’accensione del falò. Mentre il pomeriggio successivo si svolge la processione, che sfila per le vie del paese, alla quale seguono le cerimonie religiose, durante le quali il sacerdote benedice la gola ai fedeli, incrociando sul collo due candele incrociate, benedette il giorno della Candelora. Segue la benedizione dei sessineddus e del pane, e la distribuzione del pane stesso ai fedeli, a cura dei bambini di 10 anni, i capobrieri della festa. Proprio i bambini sono i veri protagonisti della festa, che sfilano in processione, a dire il vero anche gli adulti, tenendo in mano il caratteristico sessineddu, una sorta d’intreccio fatto con le foglie filiformi del sessini (giunco della famiglia delle Cipacee), pendente, contenente della frutta (una melagrana, un’arancia e una mela).

 Anticamente, le foglie del sessini si raccoglievano la sera del 24 giugno, data del solstizio d’estate, durante la quale, secondo le antiche credenze avvenivano le cose più straordinarie (pratica diffusa era anche quella di raccogliere le erbe medicinali). Poi si facevano asciugare al sole per essere utilizzate, l’anno successivo per il confezionamento dei sessineddus.

 Al sessineddu, nella sua fattura originale si appendevano dei pezzetti di lardo e di salsicce, qualche piccolo coccoeddu pintau (pane) e un rosario fatto di pasta di pane, e su cordonittu (un intreccio di fili di lana ritorta) che non doveva mai mancare perché si portava al collo tutto l’anno, come scopolare, per proteggersi dalle disgrazie e dal mal di gola.

 Gli elementi del Sessineddu, oggetto unico nel suo genere in tutta la Sardegna, una volta benedetti, vengono consumati, con l’obiettivo della prevenzione, o conservati per favorire la guarigione di alcuni malanni, soprattutto degli animali. Questa pratica era diffusa soprattutto nel passato.

 Su sesssineddu, che negli ultimi tempi si è arricchito di nuovi ornamenti, come nastrini e fiocchi colorati, caramelle e cioccolatini, ha sempre destato la curiosità degli studiosi, anche perché non c’è altra località in Sardegna dove su sessineddu venga confezionato.

 Per quanto riguarda le tradizioni del periodo pasquale, la Quaresima, la Settimana Santa e la Pasqua, non si segnala nulla di particolare, essendo i riti e le cerimonie del tutto simili a quelle del resto dell’Isola.

 A primavera inoltrata si svolgono i festeggiamenti, nelle relative chiese campestri, di Santa Greca (1 maggio) e di San Salvatore (10 maggio).

 La chiesetta di Santa Greca, che sorge in cima ad un colle, alla periferia del paese, e nei tempi andati dedicata a Sant’Elia, fu ristrutturata ed ampliata nel 1793. Fu edificata a spese di tutta la comunità di Gergei, in ricordo e per ringraziamento della vittoria riportata, proprio in quell’anno, dai Sardi contro i Francesi che, com’è noto, tentarono di occupare l’Isola. I festeggiamenti, organizzati dai pastori e allevatori locali, si svolgono secondo i canoni delle feste rurali.

 Altrettanto avviene il 10 maggio, durante i festeggiamenti di San Salvatore, come in antico, organizzata dagli agricoltori.

 Le feste continuavano con la celebrazione, il 15 di maggio, delle festività di Sant’Isidoro, protettore degli agricoltori. Poi, il 15-16 di giugno, del Patrono Santo Patrono, San Vito per il quale i festeggiamenti sono, ancora oggi, molto solenni.

 Una caratteristica tradizione festiva che per secoli ha rappresentato una delle più suggestive espressioni della religiosità popolare, legata alla società contadina di una volta, è quella della festa de sa spiga (festa della spiga), ormai dimenticata. Momento essenziale della festa era l’offerta alla chiesa del grano per le Ostie. Tutto il rituale avveniva dopo la mietitura, nel mese di luglio. Così gli agricoltori, i mietitori, le spigolatrici, e naturalmente una grande folla di fedeli, si davano appuntamento nel sagrato della Parrocchia. Ciascuno offriva un mazzo di spighe dorate, scelte una per una. Poi, tutti in processione, si recavano all’aia, cantando inni di ringraziamento. Questa tradizione è già scomparsa da tempo.

 Ma la festa più grande che ancora oggi si svolge a Gergei è quella di Santa Maria, il 15 di agosto, anticamente organizzata da una priora (priorissa), persona di elevata condizione sociale, e per questo era un incarico molto ambito.

 Secondo un antico rito, di estrazione bizantina, particolare attenzione merita il cerimoniale della vestizione del simulacro della Madonna dormiente, consistente nel far indossare al simulacro abiti sontuosi e gioielli, oggetto di donazioni spontanee. Ancora oggi, l’antico simulacro della Madonna dormiente, una pregevole statua lignea deposta all’interno di una teca bianca, fu donata alla chiesa dal nobile don Antioco Dedoni, locale, che in quell’anno l’acquistò dalle monache di Santa Lucia di Cagliari, che la ricevettero in dono dalla Regina Maria Teresa di Savoia.

 Oggi i festeggiamenti civili in onore di Santa Maria, avendo perso, come del resto un po’ le feste in tutta l’Isola, l’antica ideologia della festa, destinata esclusivamente all’evasione dalle sofferenze quotidiane, vengono proposti secondo le regole e le tecniche innovative della civiltà dei consumi. Quindi, non più le corse dei cavalli e degli asinelli, non più l’albero della cuccagna, non più is cantadoris (poeti estemporanei che cantavano in lingua sarda sa gara poetica), ma solo cinque lunghi giorni di musica e balli, organizzata dai soliti complessi e orchestrine musicali.

 Infine, da segnalare è la costituzione del Gruppo Folk, grazie al quale è stato rivalorizzato il costume tradizionale gergeese, nella sua versione maschile e femminile. Il gruppo, nato nel 2005, assicura la sua presenza in tutte le processioni religiose ed esibizioni in piazza per le feste tradizionali.

D).    Le chiese a Gergei

   

E’ significativo il fatto, come dice l’Angius-Casalis che a Gergei nel 1839, dentro l’abitato ci fossero quattro chiese, la Parrocchiale, intitolata a San Vito Martire, e le due chiese filiali di Santa Maria Assunta, Santa Barbara e San Carlo Borromeo. La chiesa parrocchiale, così come compariva in un’iscrizione, su di una pietra della facciata principale, ora intonacata, pose le fondamenta nel 1328.

 L’impianto planimetrico della chiesa, veramente di grandi dimensioni e che subito emerge appena si entra nell’edificio, comprende una navata principale, lunga 22 metri e larga 10, sulla quale si aprono tre cappelle sulla sinistra e quattro sulla destra, come si presume edificate in tempi diversi.

 Nella Parrocchiale di San Vito, che molti operatori turistici consigliano di visitare, perché è unica nel suo genere, grazie a certe sue caratteristiche architettoniche, sono presenti pregevoli opere d’arte, di grande valore artistico, considerate in relazione al panorama delle opere d’arte esistenti in Sardegna. Per esempio, nella Cappella del Santo Sepolcro, sulla destra, si trova il Compianto del Cristo morto, all’interno di una struttura lignea policromata. Trattasi di una imponente scultura in legno, composta da un gruppo di otto statue, tutte scolpite, da attribuire ad una Bottega artistica spagnola.

 Altre opere d’inestimabile valore sono i due polittici, enormi tavole pittoriche che adornano le pareti di destra e di sinistra del presbiterio. Il polittico di sinistra è attribuito a Pietro Cavaro o a suo figlio Michele, datato 1534, o più verosimilmente, come vogliono altre fonti, al Mainas, artista di scuola locale, legato alla scuola del “Maestro di Castelsardo.

 Sulla parete destra del presbiterio compare un altro polittico, dipinto a tela su tavole, attribuito ad un ignoto scultore di scuola napoletana del XVII secolo, da tutti denominato il Maestro di Gergei. Certamente, il fatto sarebbe meritevole di ulteriori ricerche, ma finora nessuno studioso si è dato da fare in tal senso.

 Come già detto, dentro il popolato, di antico impianto è anche la chiesa di Santa Maria Assunta, che per antica tradizione pare sia stata la prima chiesa dei Gergeesi.

 E’ importante ricordare, essendo la notizia di grande importanza per la ricostruzione della storia del paese, che attiguo alla chiesa vi era l’Ospizio dei Padri Trinitari, soppresso con Carta Reale del 1776. La tradizione popolare vuole che a quei tempi, nella chiesa di Santa Maria, abbiano officiato pure i Padri Gesuiti. Il fatto non è improbabile, dal momento che una certa Martina Matta di Gergei, con atto notarile del 1688, lasciò tutti i suoi beni per fondare un collegio ai Gesuiti, che presero possesso dei beni il 9 marzo 1689. D’altra parte nel pulpito della chiesa e nella pila dell’acqua benedetta si legge chiaramente quello che è lo stemma monacale dei Gesuiti stessi, I.H.S.

 Un altro fatto può confermare la presenza dei Gesuiti a Gergei, e cioè la presenza nel suo territorio di oliveti secolari. Infatti, dalla Storia della Sardegna si apprende che i Gesuiti, là dove operarono, soprattutto nelle campagne e dove le colture lo permettevano, avessero diffuso o per meglio dire incentivato, con le loro tecniche agrarie piuttosto avanzate, per quei tempi, la coltivazione dell’olivo.

 Altra chiesa filiale, dentro l’abitato, è la chiesa di santa Barbara, ricostruita agli inizi del 1800, sulle rovine dell’antico impianto, molto più piccolo. Certamente, come qualche studioso suppone (F. M. Perra), l’impianto è da rimandare ai tempi della presenza bizantina in Sardegna (VI secolo d. C).

 Alla profondità di un metro, sotto l’Altare Maggiore, come vogliono i documenti conservati in Parrocchia, si conservano i resti dei corpi dei Santi Martiri Sabiato e Donato e di alcune Sante Vergini. Così dice l’Atto notarile, rogato dal Notaio Dessì, datato 6 ottobre 1719. Probabilmente sono gli stessi corpi che il Rettore Giacomo Santoro nel 1621 ritrovò nella chiesa rurale di Santa Marta.

 Si ricordi, infine, che la chiesa di Santa Barbara era la sede della Confraternita del Santissimo Crocifisso o anche dei Battuti, perché secondo il regolamento generale dell’Associazione religiosa, is cunfrarus, rigidi disciplinanti, durante le processioni, e in certi giorni dell’anno, si battevano con flagelli.

 Una menzione particolare va fatta per la chiesa di San Carlo Borromeo, nota come chiesa di Sant’Impera, costruita nel 1633, in onore, del Venerabile Pietro Nolasco Perra, nato a Gergei nel 1574 e morto in Spagna (Valenza) in odore di santità, nel 1606. Al giovane Nolasco, entrato molto giovane nell’Ordine dei Mercedari, presso il Convento di Bonaria a Cagliari, infatti, furono attribuiti numerosi miracoli, compiuti, si dice, ponendo sui corpi dei malati, le reliquie dei Santi Cosma e Damiano.

 La chiesa, a spese della Comunità fu costruita nello stesso luogo dove in precedenza era ubicata la casa natale del Venerabile, a pochi metri dall’antico carcere baronale.

 Altre chiese, sette per l’esattezza, da tempi immemorabili esistevano nei salti di Gergei. Ancora a metà del 1800 s’intravedevano facilmente le strutture murarie di alcune chiese rurali, alcune delle quali in pessimo stato di abbandono, e qualche altra distrutta del tutto e già dimenticata. Oggi, a ricordare quelle chiese solo la toponomastica con i nomi dei Santi ai quali quelle chiese erano intitolate: Sant’Antonio Abate, Sant’Andrea, Santo Stefano, San Pietro, Santa Lucia, Santa Marta e Santa M. Maddalena. Queste ultime erano molto vicine fra loro, e come vuole la ormai labile tradizione, sarebbero state collegate ad un convento di monache.

 Tutti Santi, questi, di antica tradizione in Sardegna, il cui culto si ricollega alle più antiche tradizioni cristiane, rafforzatesi poi sotto l’influsso della cultura bizantina, a partire dal 534, anno in cui l’Isola passò al dominio dei Bizantini, che lasciarono nella cultura dei Sardi più di quanto comunemente non si creda.

E).    Figure che hanno dato lustro al Paese

 

Padre Nolasco Perra. Il Venerabile P. N. Perra, che fin dalla tenera età dimostrò uno spiccato senso per la preghiera e il raccoglimento spirituale, entrò molto presto nel Convento dei Mercedari, presso la Basilica di Bonaria. Nel 1603 fu inviato a Valenza dove fu ordinato Sacerdote e dove morì in odore di Santità all’età di 32 anni. La vita e gli insigni miracoli del Venerabile sono stati raccontati dal Padre Guiemeran, che fu un suo Commendatore e lo assistette in punto di morte. Da lui presero poi altri autori, quali: Vergas, Salmeron, Rison, Padre Aleo, Brondo, Padre F. Sulis e altri. Per lui, nativo di Gergei, scrisse il Commendatore Eleutrerio Ulzega, che nel 1961 scrisse la biografia del Venerabile.

Felice Maria Perra. Nativo di Villanovafranca, fu Segretario Comunale a Gergei nell’ultimo trentennio del 1800 e i primi anni del 1900. Profondamente legato al paese e alla sua gente, pubblicò alcune ricerche storiche sul paese.

Monsignor Eugenio Canu. Nacque a Gergei nel 1829. Dopo aver frequentato i seminari di Oristano e di Cagliari, si laureò in teologia. Nel 1850 divenne professore ordinario di Belle Lettere presso il Seminario di Cagliari e nel 1862 fu nominato Direttore dell’Ospizio Carlo Felice. Nel Concistoro del 1871 Papa Pio IX lo nominò Vescovo della Diocesi di Bosa, che governò fino al 1905. Qualche anno dopo fu nominato titolare della sede di Tenedo, isola turca, al largo della costa anatolica, sede mai raggiunta perché si ritirò a Cuglieri, a vita privata, dove morì nel 1914 ad 85 anni. Il paese di Gergei gli ha intitolato una strada.

Canonico Luigi Matta. Nativo di Nuragus, Rettore della chiesa di Gergei dal 1885 al 1913, fu un grande oratore e valente predicatore. Famose restano le sue “Missioni Quaresimali” nelle Parrocchie di tutta la Diocesi di Cagliari. Una sua grande dote fu la poesia dialettale, e fra i suoi scritti grande fama meritò Sa coia de Pitanu, una commedia in versi che lo rese famoso in tutta la Sardegna e che ancora resta uno dei più validi capolavori della poesia isolana in Lingua sarda.

Professoressa Maria Teresa Atzori. Nacque a Gergei il 16 novembre 1896. Si laureò giovanissima presso la facoltà di Lettere a Cagliari, intraprendendo ben presto la carriera dell’insegnamento. Insegnò per circa 30 anni presso il Liceo Classico Dettori di Cagliari, poi per circa vent’anni fu Docente di Linguistica sarda presso la Facoltà di Lettere di Cagliari. Numerose restano le sue pubblicazioni in tema di Linguistica sarda.  Dedicò molti anni della sua vita all’attività politica e amministrativa nella città di Cagliari, dove negli anni del dopoguerra assunse ruoli di alto livello all’interno della Democrazia Cristiana. Del comune di Cagliari è stata in diverse legislature validissimo Consigliere, Assessore e perfino Vice Sindaco. Si distinse nel campo della Cultura e della beneficenza. E’ morta alla veneranda età di 103 anni, nel 2000.

Giorgio Melis. Figlio di Gergeesi, nacque a Livorno nel 1929. Dopo pochi anni rientrò con la famiglia a Gergei dove frequentò le scuole elementari. Ancora chierico, nel 1951, partì missionario nelle Filippine dove qualche anno più tardi fu ordinato sacerdote. In seguito si trasferì a Taiwan dove esistevano ben sette Università in una delle quali fu nominato docente. Divenuto profondo conoscitore della storia e civiltà cinese, pubblicò numerose opere sulla Cina di Mao. In seguito ad una profonda crisi spirituale, abbandonò l’Ordine dei Gesuiti, ottenendo lo stato laicale. Il giovane missionario si trasformò così in insigne studioso e diplomatico di gran fama, insegnando dapprima nell’università di Hong Hong , e lavorando poi come Operatore culturale preso l’Ambasciata italiana a Pechino. Tornato in Italia nel 1980, iniziò la carriera universitaria presso le Università di Bari e di Napoli dove insegnò Storia e istituzioni dei Paesi Afro-Asiatici. Morì nel 1990. Negli ambienti universitari di studi e ricerca, non a torto è considerato il più grande sinologo italiano di tutti i tempi.

Ollanu Pierino. Nacque a Gergei nel 1953. Molto presto entrò in Polizia. Agente di P.S. , morì nell’attentato delle Brigate Rosse alla sede della Democrazia Cristiana, in piazza Nicosia a Roma, nel 1979. Il Comune di Gergei gli ha intitolato una piazza nel centro storico del paese.